Flow: storie di ordinaria super prestazione

Cosa avviene nel cervello durante uno stato di super prestazione? In quali circostanze si presentano le condizioni che ci portano nel flusso? Parliamo di zone e di stati psicofisici degli atleti.

“Piuttosto mi sentivo come se qualcuno o qualcosa lo facesse per me –vincesse la partita per me. Un’energia più grande di me stesso aveva preso la meglio e giocava attraverso di me. Tutto quello che ho fatto è togliermi di mezzo e fare in modo che accadesse.”
P.Spang, Zennis

Chiunque abbia fatto sport a livello agonistico o abbia vissuto un qualche altro tipo di performance nell’arco della sua vita lo ha sperimentato almeno una volta: chi non lo ha sperimentato, beh mi dispiace davvero per lui.

Se devo immaginarmi gli effetti di una droga, non me ne vengono in mente di più performanti: i sensi si acuiscono, la percezione del tempo viene rallentata, il corpo sembra non conoscere la fatica, ci si sente veloci e leggeri come se si planasse trenta centimetri sollevato da terra e soprattutto qualsiasi cosa ti passi per la testa, inspiegabilmente ti viene.

Si tratta di uno stato alterato di coscienza altamente potenziante, che ti prende quasi alla sprovvista e si fa padrone del tuo corpo e spesso del risultato finale della tua performance. Chi riesce ad accendere e spegnere quello stato a piacimento, unito a indispensabili qualità tecniche e atletiche di base è un vero e proprio campione. Quando chiedevano a Muhammad Ali quale fosse il segreto della sua velocità, in che modo potesse prevedere le mosse dell’avversario, lui rispondeva che era molto semplice perchè riusciva a vedere muoversi i muscoli della schiena dell’avversario. Infatti il campione, si vedeva da fuori, come se sedesse a guardare il suo stesso incontro dai quattro angoli del ring.

Quindi Cassius Clay si drogava? In un certo senso sì, come tutti i più grandi campioni dello sport e i più grandi guerrieri della storia era in grado di raggiungere uno stato ideale di prestazione o peak performance. Questo è stato oggetto di studio per molto tempo partendo dalle esperienze vissute dagli atleti durante la performance e cercando di individuare le caratteristiche che accomunano i performers durante questi particolari momenti di super prestazione. Originariamente ci si è riferiti a questo stato con il termine “zone” grazie al contributo del giocatore di baseball Ted Williams e del tennista Artur Ashe che concordavano sul fatto che si trattasse di “un posto magico e speciale in cui la prestazione è eccezionale, solida, automatica e fluida” (Murphy S. The achievment zone). Poi è stato successivamente affiancato nel 1975 dal termine “flow” dallo psicologo ungherese Mihály Csíkszentmihályi, professore presso il Dipartimento di psicologia dell’Università di Boston, nel suo brillante testo “Flow: the psychology of optimal experience”.

Ma esattamente di cosa si tratta? Cosa avviene nel cervello durante questo stato di super prestazione? In quali circostanze si presentano le condizioni che ci portano nel flusso? E come lo si può raggiungere nella nostra vita quotidiana? Rispondere a domande come queste è il mio obiettivo in questo breve elaborato.

super-prestazione-sportiva

Il concetto di zona viene inteso dagli psicologi principalmente in due modi:

  • uno stato raro e dinamico caratterizzato da un’esperienza autogratificante e coinvolgimento divertente (flow o zone)
  • la “reversal theory” o teoria dei cambiamenti da invece una spiegazione del flow in termini di stati meta-motivazionali ed il loro cambiamento in termini di rilassamento.

Recenti studi condotti su atleti di diverse discipline hanno confermato che i due concetti di flow sono perfettamente congrui e compatibili e che si tratta di un fenomeno universale nel mondo dello sport. Gli atleti in generale definiscono l’esperienza come: “concentrazione totale e coinvolgimento, controllo, unità di corpo e mente ed un senso di gratificazione personale ad un ottimo liello di prestazione. Le differenze qualitative di tali stati, dai racconti degli atleti suggerisce che questi momenti unici e straordinari nello sport vengono vissuti a vari livelli di intensità e complessità dagli individui a seconda dello sport.” (Young J.A. “professional tennis player in flow: flow theory and reversal theory perspectives).

Stiamo quindi parlando di una particolare combinazione di stati cognitivi, emotivi e risposte comportamentali che permettono di offrire la risposta migliore richiesta da una particolare situazione. Gli atleti non sono quasi mai in grado di spiegare cosa provano in modo preciso o quali siano le caratteristiche della zona, perchè si tratta di stati psicologici estremamente positivi e spesso incosapevoli e di gesti e comportamenti corticalizzati.

Il professor Vercelli nel suo libro “vincere con la mente” da una spiegazione estremamente plausibile del fenomeno e attribuisce la causa alla produzione di endorfine: “Le neuroscienze ci insegnano che gli stati di gioia e di piacere generano attivazione endorfinica, che tende a cancellare la memoria dell’evento. È per questo motivo che è difficile ricordarsi i dettagli di situazioni in cui tutto è stato bello e piacevole e in cui si viveva una condizione di estrema fusione con il mondo”
Gli psicologi dello sport e la maggiorparte della letteratura sportiva concorda sul definire la zona come uno stato di unione totale di mente e corpo, di uno stato intuitivo in cui c’è poco controllo consapevole e pensiero analitico.

Per chi ha provato questo stato super potenziante è un piacere rivivere quel senso di onnipotenza attraverso le parole di altri; per chi non ha avuto questa fortuna può essere un modo per comprendere meglio di cosa sto parlando e di sicuro è più autorevole raccontato tramite le esperienze di eminenti studiosi del mondo sportivo e top athletes piuttosto che da me:

“Era come galleggiare su una nuvola; le palle sembravano così grosse che era impossibile mancarle; qualsiasi cosa facessi le palle rimanevano in campo. Quello che succede in queste occasioni è che il giocatore è così immerso nel suo gioco che tutti gli stimoli esterni vengono estromessi. Mente e corpo sono fusi e funzionano automaticamente per funzionare nel modo piu efficiente, efficace e produttivo.”
Braden, V., And Wool, R., Mental Tennis

“E’ uno stato in cui il corpo risponde intuitivamente ad ogni data situazione prima che il processo cognitivo della mente sia in grado di raccogliere i fatti reali. E’ un fenomento misterioso, perchè quando un giocatore entra nella zona, ogni aspetto del suo gioco entra in una dimensione più alta, diventando un flusso di energia armonico e lineare che produce una prestazione ottimale. Un’aspetto importante della zona è che non può essere raggiunta attraverso lo sforzo o come esercizio di volontà. In questo è modo simile al fenomento che esperimenti ogni sera nel sonno. Non puoi forzarti ad addormentarto – in questo modo è sicuro che rimarrai sveglio. Puoi sdraiarti, rilassarti ed aspettare che arrivi. E’ lo stesso con la zona. Se inizi a pensarci, se provi in qualche modo a gestirla,riuscirai soltanto a evitarla. Uno dei motivi principali per cui le persone entrano nella zona raramente è che essi sono troppo identificati con i sussulti delle loro menti.”
Spang,P., Zennis

“la zona è difficile da descrivere perchè riflette uno stato ideal di prestazione che include poco controllo consapevole o pensiero analitico. Una forza naturale in cui la concentrazione porta mente e corpo all’unisono in modo automatico. E’ un senso di soddisfazione completa e assorbimento nel momento presente ed un senso di forza naturale. Nella zona l’attenzione è così efficace che la mente e il corpo lavorano assieme come un unità integrata con pilota automatico.”
Murray, J., Smart Tennis

“In questa direzione ricerche su giocatori di vertice hanno dimostrato che approsimativamente l’80% sentono che questo è uno stato controllabile, ciò non vuol dire che un atleta può accedere a questo stato facilmente; piuttosto dice che con l’allenamento e la tecnica adeguata è più verosimile che un giocatore di tennis possa raggiungere tale stato mentale. Giocare nella zona di solito significa che il giocatore di tenni è così coinvolto nell’immediatezza dell’esperienza che permette alle cose di accadere invece di provare a forzarle. Perciò in questo stato l’attenzione è diretta esternamente all’ambiente immediato all’esclusione virtuale del pensiero analitico o altri agenti di distrazione esterni potenziali come il pubblico. In breve il copro reagisce automaticamente e il gicatore permette al corpo di fare ciò che è allenato a fare.”
Weinberg, R., Tennis: Winning the mental game.

Quando Pelé debuttò nella sua prima Coppa del Mondo con la nazionale brasiliana, a 17 anni, riferì di aver giocato la partita d’esordio in una specie di trance, come se il gioco gli scorresse davanti agli occhi come un film. Sensazioni simili a quelle che Roger Bannister (primo atleta sotto i 4 minuti nel miglio nel 1953) ha provato nel battere il record:

“Mentre correvo ebbi la sensazione che fosse il momento migliore della mia vita. Non provavo dolore, solo una gran coordinazione di movimenti e volontà. Il mondo sembrava fermo, immobile, come se non esistesse. Sentivo la pista che scorreva sotto i miei piedi. Ero completamente distaccato da tutto”
Bannister, R.

“Per giocare un basket di alto livello capii che dovevo far entrare me stesso in una certa atmosfera, in un determinato momento. Questo è il propellente”. Disse ad un giornalista: “Una volta sono andato tanto in alto oltre l’anello che mi spaventai. Ero intimidito da questa capacità di levitare, non di saltare, come se fosse una dote del cielo e non piuttosto un effetto di muscoli e forza di volontà. E’ come se avessi le ali, quasi qualcuno mi spingesse… galleggio, perdo il senso del mio peso.”
Jordan, M.

Ci volle due mesi prima che capissi cosa intendeva il mio allenatore tunisino quando mi diceva di entrare nella bolla, poi all’improvviso è scattato qualcosa durante un bellissimo match qualunque e qualsiasi colpo pensassi veniva facile, anzi non ci pensavo affatto, semplicemente diventavo quel colpo. E poi non potevo più farne a meno, giocavo e lottavo solo per ritornare nella bolla e rigodere di quella sensazione in cui il tempo si rallentava e io stesso diventavo contemporaneamente colpo, racchetta, pallina e campo.”
Procacci, E.

Non si tratta di un esperienza esclusiva del singolo atleta, infatti anche un’intera squadra può essere colta dallo “stato di flow”. In “Life on the run”, Bill Bradley descrive una partita di basket in cui i New York Knicks affrontarono i Milwaukee Bucks. A cinque minuti dal termine la squadra di New York stava perdendo di 19 punti ed i tifosi stavano già lasciando le tribune:

Improvvisamente siamo stati presi dal “sacro fuoco”. Tutti i tiri entravano nel canestro avversario. La nostra difesa non permise ai Bucks di segnare un solo punto per 5 minuti. Vincemmo per tre punti. In spogliatoio ci interrogammo sui perché dell’eccellente prestazione. Nessun errore, lettura perfetta degli attacchi avversari, livello di atletismo mai raggiunto, nessun segno di stanchezza. Pensavamo di aver giocato in mancanza di forza di gravità.”
Bradley, B.

Una Scuola migliore, una Scuola orientata al futuro.

Lo stato di flow non si sperimenta solamente in ambito sportivo, ma anche in altri ambiti, per esempio in ambito artistico può capitare di essere presi da quello che si fa da distaccarsi quasi dalla realtà e lasciarsi andare all’ispirazione, si inizia a scrivere, a disegnare, a comporre musica tutto ciò immersi in sensazioni piacevoli di benessere. In questi casi si può dire che la persona crea qualcosa di inaspettato, quasi di non programmato, ma lo fa perché sa di poterlo fare, di averne le capacità, sa che lo ha già sperimentato e quindi si predispone mentalmente a risperimentarlo, sa che arriverà il momento giusto, ha bisogno solo di concentrarsi, di dedicarsi per un dato lavoro, e dopo se ci riflette pensa: “Ma come ho fatto? Non pensavo di poterlo fare, ma questo l’ho fatto io?”. Sperimenta un senso di soddisfazione elevato che non fa altro che incrementare il suo senso di autoefficacia.

All’interno del libro “Notturno per violoncello solo” di Pablo Lentini Riva, maestro e concertista di chitarra classica compare la descrizione di una sensazione che sembra familiare:

“Era una sensazione rarissima che mi permetteva di esibirmi in stato di grazia. La provavo dopo qualche brano. Improvvisamente mi accorgevo di controllare tutto: il palco, la platea, le quinte. I miei sensi erano amplificati. I passaggi più complessi diventavano semplici in quella dimensione in cui regnava una quiete cristallina. Nel mio cervello s’instaurava un ordine che mi permetteva di rimanere concentratissimo e nel contempo di trovare il giusto abbandono per emozionare il pubblico. Al culmine di questa sorta di trance avevo l’impressione di guardarmi, non come in uno specchio, ma di vedermi da fuori, proprio come se fossi un altro, come se fossi uscito dal mio corpo e diventato tanto potente da dominare la scena.”
Lentini Riva, P.

Da questa descrizione emergono alcuni aspetti che caratterizzano il flow, e più precisamente il paradosso del controllo, quella sensazione di completo controllo della situazione in assenza di sforzi consapevoli per ottenerlo, concentrazione totale e completa sul compito, esperienza autotelica cioè il piacere di fare, attraverso un elevata motivazione intrinseca. Anche Igor Cassina ha riportato una simile esperienza dichiarando che quando vinse le olimpiadi si è sentito sdoppiato:

“Non mi ero accorto di aver vinto l’oro. Pensavo riguardasse un’altra persona…”
Igor Cassina

A leggere queste testimonianze tutte assieme sembra che stiano parlando quasi di un esperienza esoterica o spirituale, in effetti Csikszentmihalyi è stato forse il primo a descrivere questo concetto nel linguaggio scientifico della psicologia occidentale ma, come lui stesso riconosce, non è stato il primo a identificare il fenomento del flusso o a sviluppare applicazioni basate su questo concetto. Per millenni i seguaci delle religioni orientali come l’Induismo, il Buddismo ed il Taoismo hanno perseguito il superamento della dualità tra mente e corpo come elemento centrale dello sviluppo spirituale, sviluppando una serie di teorie sul superamento di tale dualità, attraverso la pratica spirituale. I praticanti di varie discipline spirituali applicano concetti simili a quello di “flusso” nella pratica della loro arte, come nel caso dell’aikido, kendo e ikebana. Nella tradizione yoga si fa riferimento allo stato di “flusso” per quanto riguarda la pratica dello Samyama, ovvero la focalizzazione della psiche sull’oggetto della meditazione.

Stiamo parlando in entrambi i casi di stati di estasi. Estasi in greco antico significava semplicemente “stare a lato di qualcosa”, successivamente divenne essenzialmente un’analogia per uno stato mentale nel quale l’individuo sente che non si trova nella sua ordinaria routine quotidiana, quindi si può intendere l’estasi come un salto in una realtà alternativa.

È molto interessante considerare che quando pensiamo a quelle civiltà che vengono considerate il punto più alto dello sviluppo dell’umanità (cinese, greca, indù, Maya, Egizi) quello che noi riconosciamo di queste civiltà con maggior facilità sono le loro “estasi”, piuttosto che la loro vita quotidiana. Li riconosciamo attraverso i templi che hanno costruito, ovvero i luoghi dove la gente poteva andare per sperimentare una realtà diversa. Li riconosciamo attraverso i resti che ci hanno lasciato: i circhi, le arene, i teatri, luoghi dove le persone andavano per sperimentare una diversa forma di vita.

Ebbene, gli uomini di queste citazioni non hanno neanche bisogno di andare in un posto come quello per prendere parte ad una realtà che è diversa dalla vita quotidiana alla quale siamo abituati. Ad alcuni basta un pallone e un avversario da battere, ad altri una tela e qualche colore, chi una racchetta o uno strumento musicale o a chi basta addirittura solo un pezzo di carta dove può buttare giù piccoli segni, e facendo questo, può immaginare suoni che non esistevano prima in quella particolare combinazione. Per cui una volta che raggiunge quel punto dove inizia a creare una nuova realtà, quello è un momento di estasi. Entra in una realtà differente. Molti dicono che questa esperienza è talmente intensa che gli sembra quasi di non esistere. Sembra una sorta di esagerazione romantica, ma è scientificamente probabile, infatti il nostro sistema nervoso è incapace di elaborare più di circa 110 bit di informazione al secondo, basti pensare che solo per leggere e capire cosa sto scrivendo, avete bisogno di circa 60 bit al secondo ed è per questo che non si possono ascoltare e comprendere al 100% più di due persone che parlano contemporaneamente.

Allora, quando un individuo è totalmente assorto in questo processo estremamente coinvolgente, nel quale si crea qualcosa di nuovo, come fanno questi uomini, non rimane abbastanza attenzione per pensare a come si sente il proprio corpo, o ai propri problemi personali, non ci si può nemmeno render conto di aver fame o di aver sete e neanche di essere stanchi: il nostro corpo scompare, la nostra identità sparisce dalla sua coscienza, perché nessuno di noi ha a disposizione abbastanza attenzione per fare veramente bene qualcosa che richiede molta concentrazione ed allo stesso tempo sentire di esistere. Pertanto in quello stato di grazia l’esistenza è temporaneamente e dolcemente sospesa ed è semplicemente magnifico.

Come puoi raggiungere questo stato di FLOW nello sport sul lavoro o nella vita?

Semplice, allenandoti.

E per te che cosa vuol dire essere umano?

Edoardo Procacci
Fondatore e CEO di SDC

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